Il "codice rosso" per le donne maltrattate, addio allo Stato che abbandona le vittime

Il "codice rosso" per le donne maltrattate, addio allo Stato che abbandona le vittime

di Sara Manfuso

Il Dubbio, 23 marzo 2019

In questi giorni la Camera sta discutendo il disegno di legge del governo sul “Codice Rosso” per le denunce di violenza contro le donne. La proposta, firmata dai ministri Giulia Bongiorno e Alfonso Bonafede, ha finalità assolutamente condivisibili. L’obiettivo dichiarato è infatti quello di accelerare le indagini su violenze sessuali, maltrattamenti, violenza sui minori, stalking e altre situazioni di abusi in contesto familiare.

Alcune delle previsioni della proposta sono sicuramente condivisibili. In particolare, l’obbligo della polizia giudiziaria di dare la priorità sempre e comunque alle indagini su questi reati, informando subito il pm delle denunce ricevute e poi attuando immediatamente le indagini delegate dal pm stesso. Imporre azioni immediate della polizia potrà infatti evitare le situazioni, che abbiamo visto troppe volte, in cui i ritardi nell’intervento dell’Autorità hanno portato a fatti ancora più gravi di quelli denunciati.

Più polemiche ha sollevato un’altra norma cardine del provvedimento, in base alla quale la persona che denuncia il reato deve obbligatoriamente essere sentita dal pm entro tre giorni. La finalità, anche in questo caso, è sicuramente condivisibile: non lasciare “sola” la donna che denuncia violenze e maltrattamenti. Farle sentire la presenza dello Stato e l’attenzione alla sua situazione. Alcuni, però, nel corso delle audizioni sul provvedimento, hanno sollevato una perplessità: che questa audizione immediata possa essere controproducente e far percepire alla donna una sorta di diffidenza nei suoi confronti.

Come se la cosa più urgente non fosse l’intervento diretto dell’Autorità a sua tutela, ma verificare che la denuncia sia fondata e non sia magari un’invenzione di una mitomane. Sinceramente, penso che, tra due rischi fondamentalmente psicologici, quello della sensazione di abbandono e quello della sensazione di diffidenza, sia molto più grave il primo. Sapere che il pubblico ministero è pronto ad ascoltarti subito, è sicuramente un fatto importante, che rafforzerebbe la determinazione della donna nel liberarsi di una condizione familiare violenta e pericolosa.

Penso però che una buona soluzione per evitare l'”effetto diffidenza” esista, e sia quella proposta da alcune associazioni in sede di audizione, e cioè che l’obbligo di sentire la denunciante scatti solo se questa lo richiede. In questo modo, la donna denunciante saprebbe che l’audizione del pm serve a proteggerla, e non a metterla sotto la lente d’ingrandimento.

In ogni caso, quale che sia la soluzione, le proposte di “codice rosso” sono sicuramente un passaggio positivo. Mi convincono molto meno, invece, alcune proposte che il Movimento Cinquestelle ha annunciato di voler inserire con alcuni emendamenti, che prevedono la creazione di nuovi reati e ulteriori aumenti delle pene.

Io non credo che aumentare le pene sia la soluzione. Non credo che un inasprimento delle pene sia un vero disincentivo per un tipo di reati che ha radici culturali da un lato e familiari dall’altro. Il problema è intervenire subito quando i reati vengono commessi, assicurare la certezza della pena, e soprattutto intervenire sul substrato culturale che porta alle violenze su donne e minori. Su questo a me sembra che dovrebbero concentrarsi i partiti, piuttosto che sull’innalzamento delle pene.

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